Credete ancora alle buone azioni?

La normalità non esiste più: ogni sforzo per riportarla a livelli umani, si scontra con il terrore che si legge negli occhi della gente. Un semplice gesto, una disinteressata cortesia, deve sempre celare, per forza, un secondo fine?

Paolo – il nome è di fantasia – ci ha chiesto di pubblicare la sua storia. Eccola, narrata in prima persona, non edulcorata, solo rivista nella forma.

Ero dal mio abituale negoziante di biciclette – Massimo – che conosco da anni; da lui ho sempre acquistato per me, mio figlio, i miei familiari. Stavo per andarmene quando sono entrate due signore, una delle quali teneva in braccio un bimbo che avrà avuto circa tre anni. La signora col bambino ha chiesto indicazioni a Massimo per raggiungere, a piedi o con i mezzi pubblici, Viale Ancona, praticamente dalla parte opposta della città e, per giunta, zona poco servita dai mezzi pubblici. Quando ho offerto un passaggio in l’auto, ho visto serpeggiare il terrore negli occhi, terrore che ha evidentemente notato anche Massimo, tanto da indurlo a referenziarmi come persona fidata. L’offerta è stata rifiutata e questo mi ha fatto male. Forse ho il volto di un delinquente?”.

Paolo, ci ha anche inviato una sua foto: il viso pulito, di quelli che “ispirano fiducia”, non sono stati sufficienti a fargli portar a termine una semplice buona azione. Perché – si chiede Paolo -abbiamo raggiunto questo stato di diffidenza tra noi, perché regna la paura? La tecnologia e il “benessere” – virgolettarlo è d’obbligo in questo periodo di crisi – hanno soppiantato il lato umano tanto da far apparire una cosa normale come sporca, interessata se non addirittura violenta, c’è da chiedersi quanto il progresso sia deleterio.

La città di Paolo non è una metropoli, è ancora una di quelle annoverabili tra le “vivibili” dove la delinquenza esiste, inutile negarlo, ma non si annida nei negozi a mezza mattina.  “Bienvenido amigo, mi casa es tu casa”: Roberto Regini, nel suo  reportage in Terra del Fuoco, narra essere l’indimenticabile frase che più volte gli è stata rivolta dai “poco” civilizzati abitanti del luogo. Pensiamo sia valida l’equazione che l’umanità sia inversamente proporzionale al grado della cosiddetta civilizzazione, con la ricchezza materiale piuttosto che con quella morale.

E’ triste ammetterlo ma viviamo nel periodo del qualunquismo più squallido. Oltre la frutta e il caffè, giunge la fase digestiva: ma rimane indigesto il comportamento, tenuto da chi è salariato per offrire un servizio al cittadino (non un gesto di cortesia simile a quello offerto da Paolo) viaggi sui “binari” del più totale menefreghismo. “Il concetto di coincidenza non esiste più”, mi ha confessato un’amica dopo aver chiesto al capostazione la motivazione della partenza anticipata del treno chiamato “coincidenza per…”. Facile farlo partire con un minuto d’anticipo sull’orario, divertente, forse, osservare i viaggiatori correre tra sottopassi e marciapiedi per poi annunciare, con voce professionale dall’altoparlante – tra gli sguardi smarriti in una stazione senza convogli – che il treno che li avrebbe dovuti “traghettare” sulla coincidenza, a causa di lavori viaggiava con 10 minuti di ritardo. A chi lo comunicava? Ai viaggiatori che l’hanno scoperto non trovando la coincidenza, fatta addirittura partire in anticipo?

Se è vero che non siamo in Svizzera dove gli orologi delle stazioni ferroviarie sono ligi alle lancette e i convogli alle tabelle di marcia, è altrettanto vero che siamo in Italia, dove i treni e gli autobus hanno orari elastici ma dove anche, se qualcuno si offre di darti un passaggio, lo fa con vero spirito altruista!

Gianluca Scorla