LE PAROLE DELLE CAREZZE di Giovanna Scorla

Desidero parlarvi di un bisogno fondamentale dell’essere umano, troppo spesso taciuto e svalutato. Lo farò attraverso due articoli, di cui il primo è questo che state leggendo, in modo tale da darvi il tempo di riflettere, se volete, sulla vostra storia di vita.

carezze – foto by GLS – riproduzione vietata

Vi voglio presentare la teoria delle carezze, formulata da Berne nel secondo dopoguerra all’interno dell’approccio analitico transazionale, partendo dagli studi condotti da Spitz sulla deprivazione affettiva. Questi, condusse una ricerca sui neonati allevati in orfanotrofio dove le cure e il contatto fisico scarseggiavano. Quello studio dimostrò che tale tipologia di privazione aveva una ricaduta sul rallentamento della crescita psicologica, rendendo quei bambini più vulnerabili sul piano fisico rispetto ai coetanei che avevano potuto fruire di stimolazioni provenienti dal contatto con il corpo della figura materna o dal fatto di poterne osservare i movimenti, sentirne la voce, giocare con lei. Ciò che si capì fu che il bisogno di stimoli, che trovano soddisfazione nell’intimità fisica, rappresenta un bisogno basilare dell’essere umano e che esso viene mantenuto nell’arco di tutta l’esistenza. Ciò che emerge è il bisogno di contatto attraverso riconoscimenti, verbali e non verbali, che sottolineano il ruolo e il valore di una persona. Questi comportamenti, definiti in inglese “Stroke”, vennero tradotti in italiano con la parola carezza, ma è doverosa una precisazione: il termine inglese si riferisce sia a carezza sia a colpo, evidenziando quindi come il contatto possa esser gradevole o sgradevole, pur rappresentando riposte al bisogno di riconoscimento. Infatti, poiché il nostro bisogno di essere riconosciuti è talmente profondo da non poter sopportare una sua frustrazione, tendiamo a ricevere una carezza negativa, intesa come colpo, piuttosto che non ricevere alcuna risposta dall’altro. Pensate ad esempio ai capricci che i bambini utilizzano per richiamare attenzione su di sé: sebbene siano consapevoli del fatto che saranno sgridati e magari messi in castigo o addirittura picchiati, continuano imperterriti nella loro manifestazione capricciosa, pur di ottenere riconoscimento, l’attenzione che sentivano mancare. O pensate agli adulti, quando affermano “ Era meglio se mi mandava a quel paese piuttosto che essere così indifferente!”. In effetti noi agiamo secondo il principio per cui una carezza negativa è meglio  di nessuna carezza.
Ma facciamo un passo in più: le carezze possono essere positive o negative  secondo come sono interpretate da chi le riceve, il quale tenderà ad interpretarle arrecando il minor cambiamento possibile rispetto ai propri schemi di riferimento. Pertanto, è possibile che una carezza inviata con intenzione positiva sia travisata e interpretata negativamente.
Esistono poi carezze condizionate, rispetto a ciò che una persona ha o fa (ad esempio, “Che bella macchina hai!”); incondizionate, legate alla dimensione dell’essere (come “Ti voglio bene” o “Non ti sopporto!”) e false. E’ importante notare come le carezze vadano a rinforzare il comportamento accarezzato, andando nella direzione di aumentare o diminuire l’autostima e il senso di auto efficacia e rivelandosi quindi un importante strumento pedagogico se usato consapevolmente.
Come vedremo la prossima settimana, ognuno di noi ha un proprio quoziente di carezze. Per questo vi invito a pensare quante e quali carezze avete ricevuto da bambini e da adulti; se trovate difficoltà ad accoglierle o se risulta piuttosto facile per voi interpretarle positivamente o negativamente. E ancora, quante carezze date e a quale tipologia appartengono. Rimarrete affascinati da quante cose scoprirete su voi stessi e alle quali non avete mai pensato prima.
Buon lavoro!

Dott.ss. Giovanna Scorla