LE PAROLE DELLE CAREZZE (seconda parte) di Giovanna Scorla

Continuerò oggi, come già anticipatovi la scorsa settimana, a parlarvi del linguaggio delle carezze, rispondente al bisogno umano e fondamentale dell’essere riconosciuti, senza la cui soddisfazione un neonato si lascia morire.
Ognuno di noi, a seconda di quante e quali carezze ha ricevuto, ha un proprio quoziente di carezze preferito, una sorta di grado di tolleranza delle carezze in entrata e in uscita. Tale quoziente serve per filtrare le varie tipologie di carezze in base alla loro intensità e qualità. Poniamo, ad esempio, che una persona non sia abituata a ricevere carezze positive ma, piuttosto, abbia fatto scorta, nel corso della vita, di quelle negative. In questo modo si è creata un quoziente personale con cui riconosce quelle carezze per lei “usuali e normali” mentre non lascia entrare in sé le carezze positive che non vengono riconosciute come accettabili. Il modo in cui le rifiuterà potrà variare tra la svalutazione della carezza stessa o l’ignorarla. Per meglio spiegare, ecco un esempio concreto: immaginiamo una donna che si ritiene poco attraente e che riceve un complimento rispetto al suo aspetto estetico del tipo “Ti trovo in ottima forma!”. Ebbene, tale carezza determinerà dapprima una sensazione di possibile imbarazzo dovuta al non essere abituata ad accogliere apprezzamenti né a farseli e, in secondo luogo, comporterà una risposta simile alle seguenti: “Mi prendi in giro?” oppure “Si, questi pantaloni effettivamente coprono bene i miei difetti”. Capite bene che in questo modo, la signora in questione si priverà della possibilità di gustare una carezza positiva, confermandosi di “non essere ok” e perciò di non meritare complimenti. Il quoziente di carezze, quindi, ci consente di filtrare quelle carezze in entrata che sentiamo distoniche rispetto alla nostra esperienza, sia per qualità sia per intensità. Il funzionamento è il medesimo di come noi strutturiamo ciò che conosciamo, cercando di arrecare il minor cambiamento agli schemi che ci consentono di leggere la realtà sulla base della nostra esperienza.
Ma rispetto a cosa costruiamo l’economia delle nostre carezze?
Steiner ha individuato cinque regole,  trasmesse dai genitori, riguardo alle carezze che ci sono state quando eravamo piccoli:

1.Non dare carezze quando ne hai da dare (tipico delle persone che, ad esempio, non fanno mai complimenti né critiche);

2.Non chiedere carezze quando ne hai bisogno (coloro che faticano a chiedere un riconoscimento quando ne hanno bisogno);

3.Non accettare carezze se le vuoi (tipico di chi ha imparato che non sta bene accettare carezze);

4.Non rifiutare carezze quando non le vuoi (tipico di chi non sa farsi rispettare nei propri confini, accettando anche carezze che ledono il sé);

5.Non dare carezze a te stesso (coloro che non hanno imparato ad accogliersi amorevolmente).

Queste regole sono trasmesse dai genitori per controllare il figlio in quanto, se le carezze sono limitate, i genitori diventano gli unici erogatori e il bambino impara a ottenerle comportandosi nei modi richiesti da mamma e papà. Questa economia la portiamo avanti anche in età adulta, senza renderci consapevoli che, invece, le carezze sono disponibili in quantità illimitata, sia nella misura in cui possono provenire dall’esterno, sia nel permettersi di auto accarezzarsi.

Dott.ssa. Giovanna Scorla